Se c’è una cosa che mi piace fare è scrivere. In qualche modo risulta uno sfogo, un mezzo di comunicazione potente e diretto. Perdonatemi, ma so che questa pagina è seguita da diverse persone e per la prima volta sfrutto l’occasione. Ciò che sto per scrivere non è gioioso e non è inerente al mondo dell’Arte. Sono chiusa in casa da tipo 20 giorni, ho pensato di esprimere i miei pensieri come meglio mi riesce, con queste parole. Come tutti i cittadini di Bergamo, mi sento sconvolta, a dir poco riflessiva e particolarmente fragile mentalmente. Dormo male di notte e la prima cosa che faccio la mattina è attaccarmi ad Internet per leggere come si sta evolvendo la situazione… sta migliorando, ma non troppo. Mi ricordo quando bevevo il mio caffè alle 6.30 da sola, sfogliando una rivista, in attesa del risveglio dei miei bambini per prepararli prima di scuola. Mi sembrano tempi lontani e bellissimi. Ora sono qui che conto i morti, alcuni conosciuti, alcuni di amici, per fortuna nessun parente stretto. Così inizia la giornata, continua sempre in malo modo dentro di me ed a volte piango di nascosto, non mi faccio mai vedere così fragile dai bambini che per altro hanno capito tutto e sanno perfettamente perché non possiamo uscire o vedere nessuno, meglio di molti adulti, evidentemente.
Non so, mi sembra di vivere un’altra vita, seppur consolata dai visini dei miei cuccioli, mentre giocano e ridono sereni. Quindi penso a chi è a casa da solo, mi tiro su di morale e si va avanti. Poi vedi mezzi militari trasportare corpi in altre città per la cremazione. Poi apri le finestre e vedi una famiglia in giro a passeggio, chiedi particolarmente inalberata dove diamine stanno andando e ti mandano a quel paese. Poi vai a fare la spesa dopo 10 giorni e fai una coda di 45 minuti con guanti e mascherina e ringrazi dentro di te la cassiera o il ragazzo che sta sistemando gli scaffali. Poi in Facebook vedi il lavoro sovrumano che stanno compiendo medici ed infermieri e poi di nuovo una telefonata di chi ti dice: “Sai chi è morto?”…
Poi leggi i messaggi di bambini malati in isolamento da mesi per le cure che stanno sopportando e che ci chiedono di restare a casa… a noi, che abbiamo televisione, Ipad, videogiochi, in particolare la salute… quindi proprio non capisco come sia possibile non riuscire a stare a casa.
Non solo, penso a mia nonna, nata durante la Prima Guerra Mondiale, ha vissuto la Seconda nascondendo dei partigiani nel fienile, dormendo con il rombo degli aerei che bombardavano e la paura di qualche tedesco che sarebbe arrivato a sparare a lei o a qualcuno della sua famiglia. Vivevano con poco cibo, nessuna connessione 4G, nessuna videochiamata ai parenti lontani.
Quindi i dubbi mi assalgono, perché ci stanno semplicemente chiedendo di restare chiusi in casa, non di andare al fronte. Non ci stanno dicendo che se sei ebreo, omosessuale, zingaro… allora ti deporto in un campo di concentramento a morire. Dunque perché, perché vedo gente che corre dal mio balcone, famiglie che passeggiano, gente ignorante che ancora non ha capito la reale situazione? Fortunatamente sono pochissimi, la maggior parte di noi bergamaschi ha davvero appreso cosa fare e segue le regole, indispensabili per uscire da questo dramma, senza rompere le balle a nessuno, senza clamore, senza chiedere niente a nessuno.
Tornerà il giorno in cui tutti andremo al lavoro, i bambini a scuola, a danza, in piscina, al cinema o fuori a cena. Torneranno sicuramente quei giorni e magari parleremo di questo Coronavirus come un brutto ricordo, passato, sconfitto.
Oggi mi sento sconsolata, triste, preoccupata.
Ma so anche un’altra cosa, sicura come l’oro, cioè Bergamo è dura a morire. Noi non chiediamo nulla, non diciamo molto, viviamo i nostri sentimenti nel privato, siano felici o meno. Noi non sbraitiamo in televisione, non siamo gente che aspetta l’aiuto altrui, cerchiamo di fare tutto da soli. Stavolta mi pare un’impresa impossibile, un concreto aiuto ci serve, seppur ci faccia male ammetterlo. Pacatamente lo stiamo chiedendo, ma non arriva!
Viviamo un un silenzio assordante, squarciato solo dalle sirene delle ambulanze ad ogni ora del giorno. Qui la gente muore e non solo gli over 60 perché anche i giovani se ne stanno andando. Jessica di Pedrengo aveva 43 anni, il barista di 37 anni che mi ha versato più volte un bicchiere di vino, un papà di 42 anni… tutte persone giovani che se ne sono andate per questo virus con la corona… la lista è infinita, ma se ci penso potrei nuovamente piangere davanti al computer.
Quindi la finisco qui e dai, stiamo in casa, non è così difficile se si pensa a chi è stato in guerra, a chi ha un tumore ed è in terapia, a chi ha un papà o una mamma trasportati in quei camion militari… un fratello, un nonno o una nonna, una sorella, un amico in terapia intensiva attaccato ad una bombola di ossigeno che si fatica ad avere.

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